Contenuto principale

Messaggio di avviso

Biblioteca del Centro Documentazione Donna

via Terranuova 12/b

giovedì 8 ottobre 2015, ore 17

Barbara PizzoeFederica Iacobelli
discuteranno di
“Le arzille vecchiette dell’autobus 21”
con l’autrice Cira Santoro

Cira Santoro

Le arzille vecchiette dell’autobus 21

Minerva Edizioni, Bologna 2014, pp. 117, € 9,90

Episodi, fotogrammi, pillole, frammenti di vita rubati da un occhio discreto: piccole storie quotidiane che si succedono e talvolta di inseguono nelle pagine di un volume che scorre come avesse le ruote. Naturalmente di un autobus e, per la precisione, di quel numero 21 che lega il centro di Bologna al quartiere San Donato. Perché quella è la concretissima cornice de Le arzille vecchiette dell’autobus 21 di Cira Santoro, opera prima gradevole e frizzante, che su quello e tutti gli altri bus, tram, metro può essere piacevolmente fruito, accompagnando il passeggero anche solo alla fermata successiva per poi essere riaperto al viaggio seguente.

Schiudere il libro è un po’ come salirci, su quell’autobus, con tutte le sue fermate e ripartenze che solo gradualmente cambiano il micromondo che lo popola, senza tuttavia mai snaturarlo. Cambia il mondo di fuori, che se ne scorre oltre il finestrino, per ripetersi uguale a se stesso ma mai troppo a ogni nuova corsa, cambiano, ma senza mai alterarsi realmente, la sua temperatura, la sua popolazione. Nella mescidanza di volti, sguardi, lingue il punto fermo sono loro: le arzille vecchiette che con quella attuale mantengono viva la Bologna d’un tempo, quelle dalla parlata pastosa, lo sguardo vispo, ammiccante e salace, di chi la sa lunga ma non la fa pesare, di chi nonostante tutto continua a essere aperto al mondo e guarda e risponde a quel che vede in modo leggero e scanzonato, pur non affatto privo di acume né di disposizione alla meraviglia del nuovo. Sull’autobus 21 può accadere che una di loro si imbatta in «una mamma marocchina con una djellaba beige a quadri e due bambini di tre anni e quattro anni; una mamma pakistana con un kameez blu ricamato di verde con una bambina di cinque; una donna africana alta uno e novanta con un bellissimo turbante rosso in testa. L’arzilla vecchietta di San Donato le guarda e dice: “Guarda mo’ che bei colori, e che modelli. Certe matine a noi Licia Colò ci fa un baffo”» (p. 69).

Al passeggero divenuto abituale ci sono volti che si fanno noti − quello della Nirvana, per ricordarne uno −, che pian piano si riempiono e riempiono di storia e storie, di aneddoti pronti ad esser colti e raccolti, dapprima magari in un taccuino, poi su un social network, così per gioco, e, vista l’attenzione che aumenta, su un blog dedicato − che le arzille meritano uno spazio tutto per loro −, infine in un volume. È stato questo il viaggio che hanno compiuto le storie che Cira Santoro ha orecchiato per un anno e reinventato nella scrittura, un viaggio aperto − che gli autobus, si sa, son sempre pronti a ripartire −, solo apparentemente chiuso dalla copertina flessibile, ma che procede sul web e nelle corse del 21.

L’autrice ha osservato, appunto, con sguardo discreto, ovvero misurato e non invadente, ma anche, secondo l’accezione meno comune, capace di cogliere anche dettagli, sfumature e di restituirli, rilevati e incorniciati, con brio e divertimento, facendo proprio quello delle vecchiette che ritrae. C’è un continuo gioco di sguardi in questo libro: quello dell’autrice, bolognese d’adozione ormai da trent’anni ma pugliese d’origine, che guarda e restituisce quello di chi a Bologna è radicato pressoché da sempre, anche quando mantenga, magari, qualche aspirata segno di una terra di nascita diversa e ormai lontana nel tempo e nello spazio, come accade all’arzilla vecchietta calabro-emiliana. In questo rincorrersi è comunque quella delle arzille la prospettiva prevalente, capace di restituirci un mondo concreto eppure anche grazie a quella concretezza pronto a svirgolare, a capriolare via dalla visione comune per lo più inquadrata dai ritmi frenetici e talvolta ottusa, rinserrata com’è spesso oggi tra cellulare, cuffie o auricolare.

Sull’autobus 21 le arzille vecchiette di San Donato sono a casa, una casa aperta a chiunque intenda salire. La loro parlantina lo ravviva, pronta ora a coinvolgere ora a travolgere non solo le amiche, ma anche l’autista, cui si rapportano quasi fosse il nipote della porta accanto, o qualsiasi sconosciuto, si mostri in ascolto o meritevole di una strigliata, come accade al vecchio schifato dal Gay Pride, cui invece loro si erano unite: «Scolti ben, che a me mi scià che lei non ha mica capito niente. Questi ragassi han fatto una festa per tutti quelli che sci vogliono bene, a pressindere. E scià cosa le dico? Che io alla mia amica le voglio bene in quel modo lì. A pressindere» (p. 102).

Accanto a loro che sanno danzare leggere la vita, nonostante anni e acciacchi, è seduta Cira, divertita dalla luce nei loro occhi e attenta alle perle che esse sanno regalare e che lei trasmette a chi si imbatta nella sua raccolta di short stories. Lo fa con rispetto e senza intrusione, in una narrazione piana dal vago sapore epigrammatico, che tradisce per quelle donne stima e affetto. Sono, del resto, sentimenti che l’autrice non cela e che anche il lettore non può non provare sfogliando il libro dalla prima all’ultima pagina, seguendo l’incedere delle stagioni che lo scandiscono, o anche solo sbocconcellando una storia qua una storia là, al ritmo, forse, di un viaggio in bus.

Barbara Pizzo

recensione in corso di pubblicazione in

«Leggere Donna», trimestrale di informazione culturale

nuova serie, n. 167, aprile-maggio-giugno 2015

Il libro sarà presentato da Barbara Pizzo e Federica Iacobelli, nonché dall’autrice.

Barbara Pizzo vive a Ferrara e lavora presso la compagnia La Baracca nel Teatro Testoni Ragazzi di Bologna.
Federica Iacobelli vive a Bologna e ha scritto storie per bambini e ragazzi, drammaturgie e sceneggiature. Il suo ultimo libro, “Storia di Carla”, è uscito nel maggio 2015 (Ed. Pendragon).